Il maxiprocesso a Cosa Nostra by Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Il 10 febbraio 1986 si apriva il maxi processo per crimini di mafia: Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno, i Corleonesi, Pippò Calò, Michele Greco, Luciano Liggio, i grandi padrini, Bernardo Provenzano e Totò Riina da una parte, dall'altra Giovanni Falcone e Paolo Borsellino in prima linea

0
780
Stasera in tv su RAI STORIA il maxi processo per crimini di mafia, nella foto Giovanni Falcone e Paolo Borsellino
Stasera in tv su RAI STORIA il maxi processo per crimini di mafia, nella foto Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Stasera in tv su RAI STORIA Anatomia del maxiprocesso a Cosa Nostra, documentario preparato dalla redazione del programma tv Maxi.
Trent’anni fa, era il 10 febbraio 1986, si apriva il maxi processo per crimini di mafia nell’aula bunker di Palermo.
A raccontarlo è il documentario Maxi di Alessandro Chiappetta – in onda stasera mercoledì 10 febbraio alle 22.30 su Rai Storia – che ripercorre la genesi del processo, con l’istruttoria firmata da Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e dagli altri giudici del pool antimafia, e il delicato cammino che portò nell’aula bunker, appositamente costruita, 475 imputati.

Anatomia del maxiprocesso a Cosa Nostra: il 10 febbraio 1986, si apriva il maxi processo per crimini di mafia

Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno,  i Corleonesi, Pippò Calò, Michele Greco, Luciano Liggio, i grandi padrini, Bernardo Provenzano e Totò Riina da una parte, dall’altra Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Pietro Grasso, Alfonso GiordanoGiuseppe Ayala (pm dell’accusa), giornalisti, avvocati, giudici popolari, Leoluca Orlando e il Capo della Polizia Antonio Manganelli: il racconto delle principali udienze e dei passaggi salienti del dibattimento del maxi processo per crimini di mafia si intreccia ai ricordi e alle testimonianze dei protagonisti.
“Giovanni Falcone – racconta l’ex Procuratore Nazionale Antimafia, Pietro Grasso, giudice a latere nel maxi processo – si impose perché il dibattimento si svolgesse a Palermo, rifiutando la proposta di spostarlo a Roma. Questo processo è stato istruito dai giudici palermitani – sosteneva Falcone – e devono essere i giudici palermitani a processare la mafia”.
Prima dell’inizio del dibattimento del maxi processo per crimini di mafia, della mafia si conosce ancora poco. Sono soprattutto i pentiti protagonisti del processo a svelare segreti e retroscena dell’organizzazione, a cominciare dal nome: Cosa Nostra.
Su tutti, Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno, due uomini d’onore usciti sconfitti dalla seconda guerra di mafia, e ai quali i Corleonesi, le famiglie mafiose vincenti, avevano ucciso parenti e amici.
Dalle loro testimonianze in aula emergono le prove decisive per incastrare Pippò Calò, Michele Greco, Luciano Liggio, i grandi padrini finalmente alla sbarra, o uomini come Bernardo Provenzano e Totò Riina, condannati all’ergastolo benché latitanti.
“La soddisfazione di vedere la mafia in faccia – ricorda il giudice Giuseppe Ayala – era pari al senso di responsabilità per il compito a cui eravamo stati chiamati”.
Il racconto delle principali udienze e dei passaggi salienti del dibattimento si intreccia ai ricordi e alle testimonianze dei protagonisti. Tra questi, il Presidente del Senato, Pietro Grasso, il Presidente della Corte, Alfonso Giordano, il giudice Giuseppe Ayala, pm dell’accusa; ma anche giornalisti, avvocati, giudici popolari, Leoluca Orlando, sindaco di Palermo in quegli anni, e il Capo della Polizia Antonio Manganelli, ex vicecapo del Nucleo Anticrimine, che si occupò della gestione della collaborazione di Buscetta.
Tra i momenti più toccanti, il confronto tra Pippò Calò e Tommaso Buscetta, definito dal Presidente Giordano “teatro giudiziario”.
“Fu lì – ricorda Ayala – che capii che il processo non lo potevamo perdere”. Fino alla descrizione delle “camere della morte” da parte del pentito Vincenzo Sinagra, definite “un mattatoio” da Mario Lombardo, membro della giuria popolare.
E poi, le testimonianze delle parti civili, le madri e le vedove di mafia, che restituirono un’atmosfera drammatica e toccante all’intero processo.
Un’esperienza che ha cambiato le vite di chi ne ha preso parte, e che ha profondamente segnato un’epoca della storia della mafia e della vita di Palermo.
E non manca l’attuale analisi di chi la mafia la vive e la racconta oggi, come il giovane cronista Giuseppe Pipitone, nato proprio nel 1987, durante il maxi processo, e giornalisti come Francesco La Licata, Enrico Bellavia e Giuseppe Lo Bianco, gran conoscitori dei fenomeni mafiosi, o come Salvatore Cusumano, per anni volto di punta dell’informazione della Rai in Sicilia.